Applicazione del liquido per jin su un juniperus communis

Dopo aver spazzolato con uno spazzolino da denti la corteccia e le parti secche, ho coperto il terriccio con sacchetti di sabbia per proteggerlo da un’eventuale contaminazione da liquido jin.

Prima dell’applicazione del liquido jin con un pennello si nebulizza bene la legna secca con dell’acqua. Il liquido che ho usato è made in japan, assai più efficace dei composti fatti in casa…stessa puzza ma ben altra resa!

Ecco il ginepro a cascata dopo l’applicazione del liquido jin. Il contrasto tra il bianco della legna secca ed il rosso-grigio della corteccia non è forte. Dato che il legno secco è tutto naturale lo preferisco così…

Ciao a chi mi segue. La pigrizia è un pessimo difetto. E io sono pigro. Ed è così passato ben più di un mesetto dal mio ultimo aggiornamento del blog. Nel fare bonsai la pigrizia può non essere un difetto se “viaggia” allo stesso ritmo della pazienza. E io tutto sommato di quest’ultima ne ho. Per coltivare ad esempio un juniperus communis senza farlo schiattare, di pazienza ce ne vuole un’infinità perchè maltollera la mano pesante del bonsaista, i rinvasi, le filature e le potature. Si tratta effettivamente di una pessima essenza per far bonsai. Non solo schiatta facilmente ma punge pure un casino quando è viva! Possiedo un unico ginepro comune ed è con me dal 2008 e se è vivo è perchè sono pigro. Pigrizia o no ci sono dei lavori di manutenzione che devono essere assolutamente fatti un paio di volte all’anno. Uno di questi è la preservazione della legna secca col liquido “jin”. Ancora più indispensabile se la legna secca è il particolare pregio di una pianta come il mio ginepro comune in stile a cascata, che presenta una “vela di legna secca” molto interessante in quanto vecchia e naturale.

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Cenni autobiografici…parte 1…preistoria!

L’arte bonsai mi ha sempre affascinato sin da bambino. La prima volta che vidi un bonsai fu probabilmente in occasione della proiezione del primo karate kid, uscito nelle sale italiane a metà degli anni ’80. La proiezione ebbe su di me due reazioni: mi feci iscrivere dal nonno ad una scuola locale di karate e martellai per una settimana almeno le palle a papà per avere anch’io un bonsai da accudire. Il martellamento non ebbe alcun riscontro e col karate mi fermai alla cintura gialla…come karateka ero una pippa!. Alla fine degli anni ’80, occhio e croce nel 1987 o nel 1988 venne però organizzata una mostra di bonsai con moltissime piante esposte, tutte di proprietà di un unico collezionista. Chi sarà stato? Oddone? Bazzali? Genotti? Allora non me lo chiesi. Fatto sta che fui talmente affascinato da quei bonsai da martellare ancora le balle a papà fino al loro cedimento. Al ritorno da una windsurfata in Liguria papà si presentò inaspettatamente a casa con una piantina d’ulivo alta molto meno di una spanna entro un vasetto in gres taglia mame. Su uno dei due rami dell’ulivo a forma di Y (il ramo di profondità non c’era…) penzolava un’etichetta triangolare (Crespi Bonsai?) con scritto “Ulivo – Età: 13 anni”. Esattamente come la mia età all’epoca. Ripensandoci ora, quella pianta che con gli occhi di bambino mi sembrava bellissima e vecchissima; si trattava certamente di una talea di non più di 5 o 6 anni, molto più giovane pertanto di me, con valore bonsaistico pari a 0,001…uno dei tanti furti legalizzati di Crespi Bonsai… Il vaso in cui era e in cui ci rimase per molti anni valeva certamente molto di più della pianta. Quel vaso ora “ospita” un piccolo aceretto palmato yamadori raccolto dai miei genitori 4 anni fa sul sentiero sopra casa, candidato a diventare uno shoin molto carino. Quel povero ulivo sopravvisse ben due inverni in casa a 22 gradi perdendo il 90% delle foglie, senza mai essere concimato e rinvasato per almeno 4 anni. Schiattò però purtroppo 6 o 7 anni fa a causa di un inverno particolarmente freddo e secco. Certamente la perdita più dolorosa della mia esperienza in campo bonsai.

Ho perso la mia pianta n° 1 ma la pianta n° 2 è ancora con me e ve la posso quindi mostrare con piacere. Non è granchè ma ha subito ben 22 anni di personali maltrattamenti. Si tratta di un gentile omaggio dei miei all’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro e dal 1990 mantiene con decoro la forma di un palloncino. Talmente a forma di palla che ancora oggi non ha trovato un fronte definitivo. Vi mostro due possibili fronti…ditemi per cortesia quale vi piace di più! Il fronte che al momento ho scelto è quello della prima foto.

I tanti anni di coltivazione in vasetto ancora non si notano dal punto di vista della ramificazione. La pianta comincia però almeno ad avere un nebari discreto.

Per almeno 4 o 5 anni il povero ulivo e l’olmetto a palloncino sono state le uniche due piantine in vaso della mia “collezione”. La passione per il bonsai in quegli anni d’infanzia era comunque certamente viva. Ricordo infatti di aver discusso di bonsai nel 1990 in occasione dell’esame orale delle scuole medie di fronte a una commissione in parte incuriosita ed in parte imbarazzata… Parlai 5 minuti della seconda guerra mondiale (storia), 5 minuti del Giappone (geografia) e 20 minuti di rudimentale “tecnica” bonsai (scienze!!!). L’esame si chiuse con una domanda della mia professoressa d’italiano: “scusa…ma quanti bonsai hai?”. Risposta: 2!!! Grande risata collettiva e immeritata promozione col “buono”.

Come ti abbasso il ramo…

Puoi anche avere il migliore al mondo degli istruttori (probabilmente il caso mio), ma se hai “mano d’elefante”, non riuscirai mai a mettere bene il filo…ti serve quantomeno una proboscide!

P.S.: dato che il ramo non ha raggiunto la posizione che volevo la prossima volta gli appendo una balenottera!